27 luglio 2026

1.1. Intro fenomenologica. Harry Potter chiii?!?!?

Sono passati quasi trent'anni da quando il nome del maghetto occhialuto ha fatto capolino nell'immaginario collettivo dell'intero pianeta: il primo libro, 'Harry Potter and the Philosopher's Stone', vide la luce il 26 giugno 1997 nel Regno Unito per la casa editrice Bloomsbury. Prima di allora, però, il manoscritto del progetto fu rifiutato parecchie volte da diversi editori: qualcuno dice 8, qualcuno 12, altri 13... Comunque "molti". 

La saga che narra la storia di Harry, composta da 7 volumi, è stata scritta dalla britannica Joanne Kathleen Rowling, totalmente sconosciuta all'epoca della prima pubblicazione, ma divenne un vero e proprio fenomeno planetario, sebbene non da subito per tutti. I libri ebbero, infatti, un immediato successo in patria e in alcuni paesi anglosassoni, e furono presto tradotti ed esportati in buona parte del mondo, ma la loro fruizione era soprattutto ad uso e consumo di un target adolescenziale, se non anche puberale.

Erano, insomma, narrativa per ragazzi, ed era un mercato che, in quegli anni, stava passando una crisi nerissima: l'avvento di internet per le masse, soprattutto in Europa e in Nord America, aveva repentinamente distratto le giovani generazioni, che abbandonarono la lettura in favore del mondo telematico. In Italia il web cominciò ad essere alla portata delle masse a cavallo tra il 1998 e il 2002, un po' più tardi rispetto al resto del mondo occidentale, e non aveva nemmeno sufficiente copertura su gran parte del territorio per poter essere davvero considerato un'abitudine consolidata; ma già iniziava a mietere le prime vittime sulla carta stampata. L'editoria tendeva a non investire granchè in nuovi titoli, ma fu proprio grazie ai libri di Harry Potter che i giovanissimi ricominciarono a prendere in mano un supporto cartaceo più lungo e meno illustrato del menù di mcDonald. Fu sul finire del 2001, però, con l'uscita del primo film della Warner Bros, che nessuno, volente o nolente, fu più in grado di ignorare l'esistenza delle cronache di Hogwarts, a prescindere dall'età anagrafica e dalla provenienza geografica.


Io mi approcciai molto tardi alla saga: solo nel 2006 inoltrato mi decisi ad intraprenderne la lettura, quando erano già disponibili il sesto libro e il quarto film. La mia amica Simona insisteva incessantemente da lungo tempo per convincermi ad iniziare le vicende di Harry, ma, a trent'anni suonati, non ero molto propensa riguardo ad avventurarmi in una collana fantasy per ragazzini. Ero una fedele lettrice di Tolkien, la cui levatura letteraria era indiscutibile, e non avevo alcuna intenzione di perdere tempo con universi fantasy che reputavo puerili; ci avevo provato con altre saghe, ed erano state tutte deludenti nell’impietoso confronto. C'è da ricordare che, anche il filologo inglese, prima della realizzazione della trilogia cinematografica de 'The Lord of the Rings', ad opera di Peter Jackson, era un autore piuttosto di nicchia: conosciuto da tantissimi, realmente letto da pochi, ma compreso a fondo da una cerchia ristrettissima che, ai tempi, non si potevano considerare dei semplici appassionati. Conservo ancora alcuni numeri della fanzine 'Terra di Mezzo', autoprodotta negli anni 90/00 dalla 'Società Tolkieniana Italiana', zeppa di brevi saggi di approfondimento di grande pregio: chi orbitava intorno alle opere di Tolkien era una sorta di intellighenzia a sé stante, un fenomeno pre nerd/geek di notevole cultura. Ormai assuefatta a lunghi e "tediosi" soliloqui linguistici sul quenia o sulle figure archetipiche del fantasy tolkieniano, perchè mai avrei dovuto mettermi a leggere di maghettini con la bacchettina e la mantellina? No, per favore. Infatti, anche ad oggi, chi non ha ancora letto i romanzi di Harry Potter, se non è per scarsa attitudine genetica alla lettura, a frenarlo è proprio questa (errata) convinzione che sia una storia per un target infantile. 

Bisogna ammettere che, effettivamente, l'inizio della saga risulta più attraente per un pubblico molto giovane, e questo si è rivelato un grosso freno inibitore, perchè un adulto che non sia già affezionato a questo genere narrativo e stile figurativo, difficilmente andrà oltre i primi due film, e ancora più difficilmente sentirà la curiosità di leggere i libri da cui sono tratti. A radicare ulteriormente la diffidenza ci fu il non poter sapere, all'epoca, che la saga sarebbe cresciuta insieme al suo protagonista: durante gli eventi narrati nei romanzi Harry ha infatti un'età compresa tra gli 11 e i 18 anni. Per questa ragione la Rowling, nei primi due tomi della saga, ha evitato di inserire dettagli troppo crudi, che sarebbero stati disturbanti per chi si fosse immedesimato in un potenziale Harry coetaneo, di 11 e 12 anni; ma d'altro canto, per un adulto, il rischio che il tutto risultasse un po' bambinesco era concreto. Non crediamo sia del tutto realistico avere questa opinione, perché c'è molto di più in questi scritti, e il presente lavoro è un tentativo di dimostrarlo tangibilmente; ma è comunque comprensibile che, un lettore occasionale, avesse potuto abbandonare la lettura, non potendo prevedere che la vicenda avrebbe assunto via via toni più cupi e maturi.


A compensare questa potenziale titubanza, i film hanno rimodellato un immaginario estetico pre-esistente in chiave molto più accattivante per il grande pubblico del XXI secolo, rendendolo immediatamente riconoscibile, e liberandolo da quel tipico alone di forzatura che caratterizzava in precedenza lo urban fantasy. Il genere fantastico ambientato nel mondo contemporaneo, infatti, risultava spesso come un prodotto stereotipato nelle scelte stilistiche e narrative, e spesso anche low budget, in quanto destinato ad un target di nicchia, affezionato e fedele, ma non abbastanza numeroso da poter sostenere da solo il mercato. Oggigiorno le cose sono molto diverse, ed il fantastico, insieme alla fantascienza, sono probabilmente i due generi più mainstream, e quindi più redditizi; ma non è sempre stato così... Anche l'ambientazione in scuole di magia non era nuova, ma era quasi sempre stata sviluppata con una struttura schematica, quasi come un videogame con livelli predeterminati da superari. 

La stessa saga di Harry Potter, in molti punti, ricorda moltissimo quella di un'altra scrittrice britannica, Jill Murphy: la sua 'The Worst Witch' venne data alle stampe una ventina d'anni prima di quella di Hogwarts e, sebbene all'estero sia poco conosciuta, in patria è un cult, e ne sono state realizzate ben due serie tv, una prodotta negli anni '80, ed una ad opera di Netflix in tempi recentissimi. La protagonista, Mildred, studia anche lei in una scuola di magia (sebbene tutta al femminile, nel suo caso) e, come Harry, non era a conoscenza di essere una strega all'inizio del suo ciclo narrativo. La storia di Mildred segue una linea molto più leggera rispetto a quella del suo "collega", il cui destino è stato decisamente più impervio; ma le ambientazioni, la caratterizzazione di alcuni insegnanti e studenti, e tutta l'atmosfera, riportano massicciamente al mondo di Hogwarts, senza se e senza ma. Plagio? Alcuni dicono di sì, mentre altri sono consapevoli che, come già accennato, non è un'iconografia del tutto sconosciuta, e di certo non nel Regno Unito, che ha una tradizione piuttosto antica di simili storie in simili contesti, anche se la Murphy ha fatto scuola, in più sensi. Restiamo quindi sospesi nel giudizio, ma consapevoli del retaggio.


Se chiedessimo a chi non fosse fan della saga "quali sono le prime cose che ti vengono in mente se senti il nome Harry Potter?", le risposte sarebbero molto probabilmente legate ad aspetti di forma esteriore. Ho provato a fare questa sondaggio con decine di persone, perché ero interessata a comprendere quale fosse la percezione dell'immaginario collettivo tra i non fans, ed effettivamente il risultato ha confermato questo timore. Del protagonista si sa poco, viene considerato un bambino non particolarmente memorabile, se non per i suoi occhiali rotondi e la cicatrice a forma di saetta sulla fronte. E' sempre accompagnato dai due amici del cuore, un buffo e un po' sfigato ragazzino dai capelli rossi e una saccente giovinetta che di nome fa... Emma Watson... Sì, c'è un po' di confusione lì fuori, ma oltrepassiamo questo caotico scoglio... Spesso viene citato il villain di turno, che si chiama Lordqualcosa, è senza naso e ha un colorito poco salubre. Ovviamente molti ricordano anche il sosia di Renato Zero e il vecchissimo saggio mentore, che somiglia moltissimo a Gandalf, e non é escluso che taluni pensino sia davvero il medesimo personaggio, ma, mettendomi una mano sul cuore, non me la sento di biasimarli per questa balzana convinzione, come risultato di un surreale crossover tra Gondor e Hogwarts... Dopo i personaggi, è probabilmente il contesto del mondo magico che resta impresso: vengono citate le bacchette; la scuola di magia allocata in un antico castello; animali strani con nomi strani, ma soprattutto i draghi (che, anche se compaiono pochissimo nella saga, tutti li ricordano sempre, questi draghi); antichi libroni riposti su polverosi scaffali di legno nodoso; piume che lievitano e scope che volano; incantesimi pronunciati in uno slang tra latino e inglese; cose del genere, insomma... 

Dobbiamo ammettere che, per quanto tutto ciò sembri già un costrutto visivo consistente, soprattutto perché segnalato da non appassionati della saga, esso è appena la buccia di un'opera. E' un vestito meraviglioso ed attraente, ma comunque è soltanto forma esteriore e, checché se ne dica nei vari fandom, anche la trama è forma; perfino la crescita psicologica dei personaggi lo è, in quanto è soltanto l'esoscheletro che si fa loro indossare per costruirne un'identità; e l'identità è anche lei forma, se definibile e caratterizzabile,, niente èiù che un'etichetta. Si possono ricreare personaggi con identità uniche e originali, ma sono comunque uno stereotipo se il fruitore ne ricerca una coerenza assoluta, perché un essere realmente vivente non può essere definito e caratterizzato, non può non possedere, per sua stessa natura, innumerevoli contraddizioni. Soltanto dopo aver conquistato l'interlocutore e consumato l'effetto seduttivo iniziale, si può scoprire se, sotto quell'abito, ci sia davvero qualcosa che permanga nel tempo e che possa essere utile anche per noi, per la nostra vita. Qualcosa che ci arricchisca, che sia anche sostanza. La differenza tra un testo,                                       anche di alta qualità, e un classico; è che un classico parlerà la stessa lingua e insegnerà le stesse cose anche tra dieci, cento, mille anni, anche quando il contesto storico-sociale sarà completamente diverso.

 

E' da questa esigenza di investigare ed investigarsi insieme ad Harry che ci si libera, da un certo punto in poi, dello stigma di opera puerile. Ma è una necessità realistica che si fonda su basi fattuali, o è solo dettata da un bisogno di ricerca individuale di chi scrive? Questo era il bivio autocritico che mi ponevo: l'ho visto solo io attraverso i miei strumenti ed i miei filtri, o c'è davvero qualcosa che va "oltre"? Nella mia serie televisiva preferita, 'Battlestar Galactica', nella sua versione re-imagined dei primi anni duemila, il personaggio di Gaius Baltar dice una cosa illuminante: "now I may be mad, but that doesn't mean that I am not right", che suonerebbe più o meno come, "io posso anche essere pazzo, ma ciò non toglie che io abbia comunque ragione". Ma è la stessa Rowling che, in una vecchia intervista di cui non mi ricordo le reference (e me ne dispiaccio), mi venne insperatamente in aiuto, distinguendo il lettore "che vuole solo la storia", da quello che, invece, cercava qualcos'altro. Ma cosa?

In questo lungo capitolo introduttivo cercheremo di affrontare gli aspetti che solitamente vengono analizzati nella saggistica potteriana, e spiegheremo perché non ci bastano; proporremo riferimenti di approfondimento esterni, in caso al lettore più curioso fosse gradito avere degli spunti per soddisfare ulteriormente la sete di sapere; esporremo a grandi linee il metodo e le intenzioni di questo scritto, per definire i confini entro cui lavoreremo; e poi, semplicemente, cercheremo di aprire "quella" porta... Quella che va "oltre". 

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